
Padre Ernesto Santucci è stato per me molto più di una figura educativa: è stato un maestro di vita. Da lui ho imparato il significato più autentico del servizio, nella pratica pedagogica ed educativa, nello spirito comunitario dello scoutismo, e nella scelta concreta di stare sempre al fianco del prossimo. Mi ha insegnato che non basta fare qualcosa per gli altri, se non si è capaci di farla davvero con gli altri, condividendone il cammino, la fatica, la speranza e perfino le ferite.
La sua testimonianza è stata sempre limpida e radicale. Ha vissuto fino in fondo la sua missione, accanto agli ultimi, a coloro che il mondo considera spesso scarto, margine, peso. Eppure, proprio nel suo sguardo e nella sua opera, quello “scarto” diventava pietra angolare, risorsa umana, possibilità di rinascita, segno vivente di una dignità che nessuna miseria sociale o materiale può cancellare.
Nel suo impegno educativo, nella fondazione e nell’accompagnamento dei gruppi scout, nell’esperienza della Casa di Montecalvario, del Pioppo e nella sua straordinaria missione in Albania, Padre Ernesto ha incarnato una fede concreta, capace di farsi presenza, ascolto, responsabilità. Non cercava protagonismo, ma condivisione; non assistenzialismo, ma fraternità; non opere da esibire, ma persone da rialzare.
Il suo insegnamento resta per me questo: il servizio non è mai un gesto dall’alto verso il basso, ma un atto di comunione, di corresponsabilità, di umiltà. È il farsi compagni di strada. Ed è forse questa la sua eredità più grande: aver mostrato, con la vita prima ancora che con le parole, che solo stando accanto agli ultimi si comprende davvero il senso più profondo dell’umano e del Vangelo.
